Il pensiero è
definito “la piú divina delle cose che fra noi si manifestano”. Perciò in
sintonia con la sua natura divina, esso è in grado di arrivare a Dio, il quale
è definito come “pensiero che non pensa a nulla di inferiore a se stesso”. Si
tratta della celebre definizione aristotelica di Dio come “pensiero di
pensiero” (nóesis
noéseos).
Metaph., 1074b 15 1075a 10
1 [1074b] Per quanto concerne
l’intelligenza, sorgono alcune difficoltà. Essa pare, infatti, la piú divina
delle cose che, come tali, a noi si manifestano; ma, il comprendere quale sia
la sua condizione per esser tale, presenta alcune difficoltà.
2 Infatti, se non pensasse nulla, non
potrebbe essere cosa divina, ma si troverebbe nella stessa condizione di chi
dorme. E se pensa, ma questo suo pensare dipende da qualcosa di superiore a
lei, ciò che costituisce la sua sostanza non sarà l’atto del pensare ma
la potenza, e non potrà essere la sostanza piú eccellente: dal pensare
deriva, infatti, il suo pregio.
3 Inoltre, sia nell’ipotesi che la sua
sostanza sia la capacità di intendere, sia nell’ipotesi che la sua
sostanza sia l’atto dell’intendere, che cosa pensa? O pensa sé medesima,
oppure qualcosa di diverso; e, se pensa qualcosa di diverso, o pensa sempre la
medesima cosa, o qualcosa sempre diverso. Ma, è o non è cosa ben differente il
pensare ciò che è bello, oppure una cosa qualsiasi? O non è assurdo che essa
pensi certune cose? È pertanto evidente che essa pensa ciò che è piú divino e
piú degno di onore e che l’oggetto del suo pensare non muta: il mutamento,
infatti, è sempre verso il peggio, e questo mutamento costituisce pur sempre
una forma di movimento.
4 In primo luogo, dunque, se non è pensiero
in atto ma in potenza, logicamente la continuità del pensare, per
essa, costituirebbe una fatica. Inoltre, è evidente che qualcos’altro sarebbe
piú degno di onore che non l’Intelligenza: ossia l’Intelligibile.
Infatti, la capacità di pensare e l’attività di pensiero appartengono anche a
colui che pensa la cosa piú indegna: sicché, se questa è, invece, cosa da
evitare (è meglio, infatti, non vedere certe cose, che vederle), ciò che c’è di
piú eccellente non può essere il pensiero. Se, dunque, l’Intelligenza divina è
ciò che c’è di piú eccellente, pensa se stessa e il suo pensiero è pensiero
di pensiero.
5 Tuttavia, sembra che la scienza, la
sensazione, l’opinione e il ragionamento abbiano sempre come oggetto qualcosa
di altro da sé, e che abbiano sé medesimi come oggetto solo di riflesso.
Inoltre, se altro è il pensare e altro ciò che viene pensato, da quale dei due
deriva all’Intelligenza la sua eccellenza? Infatti, l’essenza del pensare e
l’essenza del pensato non coincidono. [1075a] In realtà, in alcuni casi, la
scienza stessa costituisce l’oggetto: nelle scienze poetiche, per esempio,
l’oggetto è la sostanza immateriale e l’essenza, e nelle scienze
teoretiche l’oggetto è dato dalla nozione e dal pensiero stesso.
Dunque, non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero, per queste
cose che non hanno materia, coincideranno, e l’Intelligenza divina sarà una
cosa sola con l’oggetto del suo pensare.
6 Resta ancora un problema: se ciò che è
pensato dall’Intelligenza divina sia composto. In tal caso, infatti,
l’Intelligenza divina muterebbe, passando da una all’altra delle parti che
costituiscono l’insieme del suo oggetto di pensiero. Ed ecco la risposta al
problema. Tutto ciò che non ha materia non ha parti. E cosí come l’intelligenza
umana – l’intelligenza, almeno, che non pensa dei composti – si comporta in
qualche momento (infatti, essa non ha il suo bene in questa o quella parte, ma
ha il suo bene supremo in ciò che è un tutto indivisibile, il quale è qualcosa
di diverso dalle parti): ebbene, in questo stesso modo si comporta anche
l’Intelligenza divina, pensando sé medesima per tutta l’eternità.
(Aristotele, Metafisica, Rusconi, Milano, 19942, pagg. 575-579)